*CI ABBIAMO RIMESSO LA CODA*
5/14/09
"Fu Gojko a portarmi in quel locale.
Abbiamo camminato tutto il giorno da Bistrik fino a Nedzari|i, eppure mi lascio ancora trascinare. S’è alzata la nebbia, ci balla intorno, la Miljacka in basso sembra latte di donna, colostro. È la mia ultima notte a Sarajevo.
L’Italia ha vinto la gara di slittino, festeggiano la medaglia. Sono molti quelli che ballano in piedi sui tavoli, le bocche incollate alle bottiglie di sljivovica, giornalisti sportivi, atleti che dovrebbero essere già a nanna a Mojmilo nelle loro casette del villaggio olimpico.
«Vieni, ti faccio conoscere il gruppo degli italiani».
Mi siedo stretta tra i gomiti di gente sconosciuta, occhi unti di fumo, facce bruciate dal sole. Il locale è un cunicolo di archi bassi da cui spuntano teste imbalsamate, orsi bruni, camosci, dalle volte del soffitto pencolano bandierine di stoffa. Sono seduta sotto la Germania Est.
Lui non c’è, ha già salutato gli amici e se n’è andato. Sta cercando il cappotto nel guardaroba carico di giacche a vento e pastrani sporchi di neve, non riesce a trovarlo, e per questo torna indietro, per cercare la ragazza dei cappotti, la bassotta con i capelli crespi che è andata a prendersi una birra e ha lasciato il guardaroba incustodito. È per questo che lui torna indietro. Sta lì in piedi ad aspettare che lei finisca la sua birra.
È una schiena, un golf colorato di lana peruviana su una lunga schiena magra. Gojko lo chiama: «Ehi, Diego...».
Si volta portandosi una mano alla nuca, ha una barbetta rada su una faccia scavata da bambino magro. Poi mi avrebbe detto che la testa gli pulsava, che gli occhi erano due bracieri per tutte le raffiche di neve che aveva preso durante il giorno. Si avvicina, fa un passo verso di noi. Poi mi avrebbe detto che era perché mi aveva vista, nonostante gli occhi, nonostante la stanchezza. Ed era stato attratto, senza nessun pensiero, come il toro dal rosso. Lo guardo anch’io, lo aspetto mentre si avvicina. Non si può mai dire cosa... cosa sia esattamente. È una membrana, forse una prigione fin dall’inizio. Una vita ha viaggiato lontano da noi incontro alla nostra, ne abbiamo sentito il vento, l’odore di una sosta. Il suo sudore, la sua fatica erano dentro di noi. Era per noi lo sforzo.
Restiamo fermi come insetti a sentire quel battito simultaneo di cose. Ho le guance rosse, c’è troppo fumo, troppi gomiti, troppe voci. Non c’è più nulla. Solo la macchia di quel golf che cammina verso di me. I miei occhi in un attimo bruciano i contorni di quella carne. E mi sembra di sentirgli l’anima, ecco tutto.
Si avvicina al tavolo, la ragazza gli ha restituito la sua roba, un giaccone blu un po’ rigido, se lo infila. Resta lì in piedi intabarrato a sudare. Gojko si sporge per abbracciarlo sul tavolo dove ballano, dove c’è un bicchiere di birra che rotola.
«In partenza?».
S’è messo anche uno zuccotto di lana con il pompon, annuisce, guardo quella pallina di lana che balla.
«Questo è il mio amico Diego, ti ho parlato di lui, ti ricordi?».
Non mi ricordo.
Diego mi tende la mano. È un pezzo di carne ossuta che scotta e si attarda nella mia. È la mano di Pietro. È già la sua. Il tempo sbrana il tempo, un corpo è davanti al tuo, forte, giovane... eppure un altro corpo sta già prendendo il suo posto. Un figlio è già nel padre, ragazzo dentro ragazzo.
E quel figlio sarà la memoria, il bambino che correrà con la fiamma.
Gli faccio spazio sulla panca, pochi centimetri di spazio dove lui scivola. Ridiamo perché siamo così vicini. Parliamo, di cosa non lo so. Ha una strana cantilena che fa pensare al mare.
«Di dove sei?».
«Di Genova».
Non s’è tolto nemmeno lo zuccotto, suda. Guardo quelle gocce che dalla fronte gli scendono negli occhi.
«Stai sudando».
«Usciamo».
E ce ne andiamo così, subito insieme, passiamo attraverso la ressa dei tavoli, dei bicchieri sporchi, delle teste d’orso, della gente che spinge davanti alle porte dei bagni. Gojko non fiata, solleva una mano, rigida come la paletta di un vigile che intima l’alt. Dopo dirà che aveva già capito, che l’avrebbe capito anche un cieco. Che i colpi di fulmine lasciano stecchito un povero gatto che sta lì a far la posta e ci rimette la coda. "
Margaret Mazzantini, da "Venuto al mondo"
stupenda questa foto ma dove eravate?
baci il capitano