La scala che conduce al piano di sotto


la scala che portava al piano di sotto era buia. ad Ivan sembrava quasi poterlo respirare, quel buio. ne faceva grandi boccate, mentre sorseggiava il suo amaro. ridordò che da bambino non aveva mai amato quella scala, anzi gli aveva sempre suscitato un po' di timore e paura. quella scala a casa dei suoi nonni che sembrava condurre direttamente nelle fauci infuocate degl'Inferi. vedeva suo nonno, il vecchio guerriero malinconico, salirle e scenderle senza alcun problema. era una montagna, suo nonno. possente e irabondo, ma anche dolce, quando lo vedeva piangere davanti a qualche film di guerra. non amava parlare della guerra, suo nonno. aveva visto cose che Ivan e la sua generazione di computerofili non potevano neanche immaginare. cannibalismi in terra straniera a causa di un regime traditore. e lo vedeva, solitario come un samurai, fumarsi il sigaro -la luna piena illuminava il cortile nelle notti estive della sua fanciullezza- seduto sulle scale che conducevano alla terrazza. quando suo nonno morì attaccato a una sequela di tubi e di bombole, preferì ristagnare nella sua memoria quest'immagine di lui, e ricordarselo così.

col passare degli anni cominciò a capire che l'immaginazione gli creava brutti scherzi. pensò che il terrore per il buio sia un concetto prettamente infantile. solo dopo capì invece che col passare degli anni si cessa sì di aver paura del buio, ma solo perchè lo si comincia a concepire. e l'Eternauta rise di lui.

scese quelle scale maledette, e rise anche lui di sè stesso. quel che vi trovò fu alquanto deludente. essenzialmente, solo questo: scatoloni pieni di attrezzi per la campagna, una scala di legno, una rete arrugginita, un materasso, un'andida incrostata di bianco. che non era neanche di suo nonno, ma di suo padre. e una di quelle squallide luminarie da mettere appese al muro sopra il talamo, con un Gesù splatter col cuore in mano illuminato da una luce interna, in una cornice di gusci di vongole. l'odore era di vecchio. ma non vecchio inteso come antico, ma vecchio inteso come persona anziana. e per lui fu come riabbracciare suo nonno.

frugò un po' in giro, qua e là, alla ricerca di non sapeva neanche lui che cosa. erano anni che era rimasta chiusa, quella stanzupola. improvvisamente, qualcosa apparve. era una piccola sedia di vimini, veramente minuscola, che suo nonno gli comprò in una qualche fiera o festa patronale. ricordò che la considerava quasi come fosse un trono. un sorriso apparve sul viso di Ivan, e l'Eternauta sorrise insieme a lui.

chiuse la casa ormai decadente, e si avviò in strada. presto quella casa sarebbe stata ristrutturata, ed era come se volessero cancellargli una fetta di passato. pensò di aggiustare quella sediolina di vivimi, e magari regalarla a quella sua amica che aspettava un bimbo. brutta cosa il cambio generazionale degli amici: il giorno prima gli passi una canna, il giorno dopo ti preoccupi del loro bebè. ma andava bene così. ricordava ancora quando la conobbe, piccolina nella sua salopette blu, maglietta rossa, converse nere, capello corto a caschetto. a metà tra un fungo e il primissimo Nino D'Angelo. era molto silenziosa e timida, in quei tempi. poi esplose, lasciandosi il passato alle spalle e facendosi trasportare dalla vita. così come esplodeva di gioia il suo viso materno contornato da due guance rosse. una combattente nata.

sistemò con garbo la sediolina nel bagagliaio, ed entrò in auto. anche la sua auto aveva bisogno d'una ristrutturazione, o almeno di un po' di pulizia. troppo tabacco in giro. troppe bottiglie vuote a terra. troppe felpe sui sedili posteriosi. fece l'ultimo tiro di sigaretta e la gettò a terra, richiudendo subito dopo lo sportello. era solo. c'è molta differenza tra l'essere solo e il sentirsi solo, pensò. poi, improvvisamente, come una fiammata in pieno volto, scorse l'odore di lei nell'abitacolo, sui sedili, ovunque.
e nuovamente respirò il buio.









On October 08 2010 Edit






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male - 09/03
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salento paranoico, Puglia, Italy




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